ridurre le aspettative al minimo, ecco il segreto.
lo ripeto come un mantra nei giorni precedenti la partenza. in fila al check-in, in attesa al gate. E poi ancora, scesa dall’aereo, sul pulman dal fontana rossa. persino mentre cerco di orientarmi nel labirinto di rotatorie che hanno messo all’ingresso della città.
desi è in ritardo, come al solito. la aspetto in un bar indeciso tra le velleità di locale esclusivo e il passato da ricevitoria del lotto. facevano gli arancini migliori, un tempo. quando arrivo, però, sono rimasti solo quelli vegetariani.
arancini vegetariani. nei miei pensieri germoglia uno di quei ragionamenti vagamente reazionari. sono sul punto di indignarmi per l’assurdità di un arancino ricotta e spinaci, quando mi scappa un sorriso. Mi immagino emigrante che torna dalla germania o dal belgio a bordo di una vecchia mercedes tirata a lucido e più oro al collo delle statua di santa lucia.
desi arriva mentre mi sto dando della scema. mi alzo, le vado incontro e le bacio la guancia libera. sulla destra ha incollato il cellulare.
ci sediamo e aspetto che finisca la conversazione, cercando di reprimere quel principio di broncio da bambina viziata. ignoro anche i plateali gesti di insofferenza con i quali sottolinea ogni risposta al suo interlocutore. aspetto paziente, immaginandomi immobile nella posizione del loto sotto una cascata d’acqua gelida. sorrido, perchè il mio nuovo mantra è: dai la cera, togli la cera.