Guess who’s back











ridurre le aspettative al minimo, ecco il segreto.
lo ripeto come un mantra nei giorni precedenti la partenza. in fila al check-in, in attesa al gate. E poi ancora, scesa dall’aereo, sul pulman dal fontana rossa. persino mentre cerco di orientarmi nel labirinto di rotatorie che hanno messo all’ingresso della città.

desi è in ritardo, come al solito. la aspetto in un bar indeciso tra le velleità di locale esclusivo e il passato da ricevitoria del lotto. facevano gli arancini migliori, un tempo. quando arrivo, però, sono rimasti solo quelli vegetariani.

arancini vegetariani. nei miei pensieri germoglia uno di quei ragionamenti vagamente reazionari. sono sul punto di indignarmi per l’assurdità di un arancino ricotta e spinaci, quando mi scappa un sorriso. Mi immagino emigrante che torna dalla germania o dal belgio a bordo di una vecchia mercedes tirata a lucido e più oro al collo delle statua di santa lucia.

desi arriva mentre mi sto dando della scema. mi alzo, le vado incontro e le bacio la guancia libera. sulla destra ha incollato il cellulare.

ci sediamo e aspetto che finisca la conversazione, cercando di reprimere quel principio di broncio da bambina viziata. ignoro anche i plateali gesti di insofferenza con i quali sottolinea ogni risposta al suo interlocutore. aspetto paziente, immaginandomi immobile nella posizione del loto sotto una cascata d’acqua gelida. sorrido, perchè il mio nuovo mantra è: dai la cera, togli la cera.



{Giugno 8, 2006}   ardeche

quando è arrivata a casa con lo stampato aveva questa luce negli occhi. difficile resisterle.
non le ho resistito e quindici giorni esatti dopo parcheggiamo la macchina in questo bosco spacciato per campeggio.

le uniche cose a ricordare un campeggio sono un caseggiato al centro, aperto su due lati e completamente invaso da foglie ed erbacce. e un paio di terrazze rinforzate da pietre bianche che, a una prima occhiata, ricordano i muri a secco.

montiamo la tenda al centro di un pentacolo immaginario di alberi. è piccola, i materassini sono sottili e il mio è un sacco a pelo estivo. non è estate. tira un vento teso e freddo. arrivando ho visto le eliche di questa centrale eolica in cima a una collina. il vento dev’essere la norma da queste parti. scuote la tenda. ma mi sento protetta dentro al mio pentacolo immaginario.



{Giugno 8, 2006}   Wires

The widest prairies have electric fences,
For though old cattle know they must not stray
Young steers are always scenting purer water
Not here but anywhere. Beyond the wires

Leads them to blunder up against the wires
Whose muscles-shredding violence gives no quarter.
Young steers become old cattle from that day,
Electric limits to their widest senses.

Philip Larkin

Mi è tornata in mente, dopo la salita, attraverso il foro nella recinzione, oltre lo scheletro arrugginito del capannone crollato.

Mi è venuta in mente davanti all’imponente hangar del dirigibile. In lontananza e sotto un cielo carico di pioggia. Tra noi e l’hangar un prato di mucche al pascolo che non abbiamo attraversato.

E tornando indietro ho pensato che la giovane vitella forse era diventata una vecchia vacca…

MUUUU!



eccetera