difficile ammetterlo, ma questo mi muove.
posso chiamarla ricerca di nuovi stimoli. ma sempre noia rimane.
ti fermi un attimo a pensare. pensi: come sono finita in questo casino? risposta ovvia.
e ora sono annoiata. c’è questo tappeto rosso di noia, con questi ricami dorati di nuovi stimoli. un’allettante passerella verso il mio prossimo casino.
Il casino comincia per I, questa volta. I come ignorare.
Il casino mi ignora. Per essere più precisi ignora una parte di me. Mostra invece di apprezzare, senza grossi picchi d’entusiasmo, la chiara professionale che incrocia nei corridoi, che la invita a pranzo, che con una scusa si ferma alla sua scrivania.
Gentile. Cordiale. A tratti complice.
Non mi basta. Voglio i picchi. Voglio picchi sempre più acuti per l’altra chiara.
I don’t want praise I don’t want pity
Il più delle persone si accontenta di quello che dai loro. fai la figa imbronciata, sei una figa imbronciata. fai la biondina svampita, sei una biondina svampita.
è giusto che sia così. forse meno giusto è farlo di proposito.
I deal my own deck sometimes the aces sometimes the deuces
farlo con lucidità. distribuirsi in questo mazzo di carte e servire la chiara giusta alla persona giusta. mi vedi biondina svampita? eccoti accontentato, beccati sta regina di quadri. figa inversa? una regina di picche per il signore! mastica tappeti? eccole servito un fante di fiori. ci aggiungo anche l’asso di cuori, così fa black jack
come dicevo, non so se sia giusto decidere, nel giro di poche battute, quale carta meriti una persona. ma rende tutto più semplice.
tutto il peggio che può arrivare, arriva alla carta, non alla diretta interessata. vero, ci arriva anche tutto il meglio. ma c’è davvero tutta questa sovrabbondanza di meglio e di gente disposta a dartene una parte? forse è più realistico un rapporto di 4 a 1.
I am my own special creation
è perdere quell’uno che pesa. non accorgersi affatto della sua esistenza. o, peggio ancora, accorgersene e restare paralizzati dalla paura. cercare di razionalizzarlo, schiacciarlo, riportarlo nel mucchio più sicuro dei quattro.
ridurre le aspettative al minimo, ecco il segreto.
lo ripeto come un mantra nei giorni precedenti la partenza. in fila al check-in, in attesa al gate. E poi ancora, scesa dall’aereo, sul pulman dal fontana rossa. persino mentre cerco di orientarmi nel labirinto di rotatorie che hanno messo all’ingresso della città.
desi è in ritardo, come al solito. la aspetto in un bar indeciso tra le velleità di locale esclusivo e il passato da ricevitoria del lotto. facevano gli arancini migliori, un tempo. quando arrivo, però, sono rimasti solo quelli vegetariani.
arancini vegetariani. nei miei pensieri germoglia uno di quei ragionamenti vagamente reazionari. sono sul punto di indignarmi per l’assurdità di un arancino ricotta e spinaci, quando mi scappa un sorriso. Mi immagino emigrante che torna dalla germania o dal belgio a bordo di una vecchia mercedes tirata a lucido e più oro al collo delle statua di santa lucia.
desi arriva mentre mi sto dando della scema. mi alzo, le vado incontro e le bacio la guancia libera. sulla destra ha incollato il cellulare.
ci sediamo e aspetto che finisca la conversazione, cercando di reprimere quel principio di broncio da bambina viziata. ignoro anche i plateali gesti di insofferenza con i quali sottolinea ogni risposta al suo interlocutore. aspetto paziente, immaginandomi immobile nella posizione del loto sotto una cascata d’acqua gelida. sorrido, perchè il mio nuovo mantra è: dai la cera, togli la cera.
dare potere alle persone è un modo per conoscerle.
fare loro intendere che hanno un grosso potere su di te e vedere cosa ne fanno
i più finiscono per deluderti
alcuni riescono a porsi limiti
pochi riescono a prendere completamente il controllo
mi capita di assentarmi, mentre parliamo.
fisso lo sguardo sulle efelidi che ha attorno agli zigomi e mi ci perdo.
lei non ha pazienza. si irrigidisce subito e si arrabbia. mi riprende. vuole che finisca la frase interrotta o che le ripeta parola per parola ciò che ha detto.
ho imparato a rubarle sempre più tempo. a ritardare l'attimo in cui mi strappa all'incanto.
le insegnerò a essere più paziente. col tempo e con pazienza
quando è arrivata a casa con lo stampato aveva questa luce negli occhi. difficile resisterle.
non le ho resistito e quindici giorni esatti dopo parcheggiamo la macchina in questo bosco spacciato per campeggio.
le uniche cose a ricordare un campeggio sono un caseggiato al centro, aperto su due lati e completamente invaso da foglie ed erbacce. e un paio di terrazze rinforzate da pietre bianche che, a una prima occhiata, ricordano i muri a secco.
montiamo la tenda al centro di un pentacolo immaginario di alberi. è piccola, i materassini sono sottili e il mio è un sacco a pelo estivo. non è estate. tira un vento teso e freddo. arrivando ho visto le eliche di questa centrale eolica in cima a una collina. il vento dev’essere la norma da queste parti. scuote la tenda. ma mi sento protetta dentro al mio pentacolo immaginario.
The widest prairies have electric fences,
For though old cattle know they must not stray
Young steers are always scenting purer water
Not here but anywhere. Beyond the wires
Leads them to blunder up against the wires
Whose muscles-shredding violence gives no quarter.
Young steers become old cattle from that day,
Electric limits to their widest senses.
Philip Larkin
Mi è tornata in mente, dopo la salita, attraverso il foro nella recinzione, oltre lo scheletro arrugginito del capannone crollato.
Mi è venuta in mente davanti all’imponente hangar del dirigibile. In lontananza e sotto un cielo carico di pioggia. Tra noi e l’hangar un prato di mucche al pascolo che non abbiamo attraversato.
E tornando indietro ho pensato che la giovane vitella forse era diventata una vecchia vacca…
MUUUU!
Sono tornata davvero? E in caso affermativo, sono mai stata veramente via? Altrove sicuramente. Altro anche.
Si è sentita la mia mancanza? Io mi sono mancata. Non spesso quanto credevo. Ma con più intensità di quanto potessi immaginare.
Ma soprattutto, potrò mai fare a meno di tutto questo?
